Progetto disoccupazione e frontalierato nel cantone Ticino

(2011)

I trend attuali nei mercati del lavoro trans-frontalieri in Europa

La mobilità geografica del lavoro nel contesto europeo è rimasta su livelli bassi fino agli ultimi anni. Dalla definizione della strategia di Lisbona[1] l’Unione Europea ha tuttavia identificato la mobilità come elemento chiave per uno sviluppo equilibrato dell’economia.Considerando i paesi UE-15/EEA/EFTA[2] il numero totale di lavoratori frontalieri è cresciuto del 26% tra il 1999 e il 2007, raggiungendo la quota di circa 660’000 lavoratori.La Svizzera, pur non facendo parte dell’UE, rappresenta di fatto il Paese con il maggior numero di lavoratori frontalieri  in entrata (206'000) e quello dove la crescita del flusso di lavoratori in entrata è stato maggiore  (+ 59'000 unità, sullo stesso periodo 1999/2007).A livello europeo i settori maggiormente occupati dai lavoratori frontalieri sono i settori dell’industria manifatturiera, delle costruzioni e dell’alberghiero, anche se negli ultimi cinque anni si è notato un crescente aumento della quota di lavoratori frontalieri nel settore terziario. Analoga situazione si riscontra per quanto riguarda i mercati del lavoro transfrontalieri in Svizzera (Cantoni Ticino, Ginevra e Basilea) e anche in questo caso la Svizzera costituisce la nazione capofila con il 27% dei lavoratori in entrata afferente al settore terziario. Occorre notare che, considerando unitariamente i 25 Paesi dell’Unione Europea,  la mobilità dei lavoratori si è rivelata  portatrice di numerosi vantaggi  conseguenti a un matching più efficiente delle capacità dei lavoratori con le richieste del mondo del lavoro e portando come conseguenza un aumento generale delle competenze del capitale umano[3]. Numerosi studi compiuti all’inizio del decennio in corso avevano invece previsto un massiccio arrivo di manodopera scarsamente qualificata dai mercati dell’Europa orientale verso i mercati dell’Europa occidentale, tesi che è poi stata smentita dai fatti[4].

Negli ultimi anni l’attenzione si è pertanto concentrata sulla dimensione regionale del fenomeno, con studi riguardanti ad esempio il confine tedesco-olandese [De Gijsel, P. and Janssen, M., 2000], il confine tedesco-ceco [Moritz, M. & Gröger, M., 2006] o danese-tedesco [Buch, T., Schmidt, T. D.  and  Niebuhr, A. k, 2009]. Uno studio comprensivo dell’intero sistema EU-27/EEA/EFTA è quello riportato in [MKW GmbH, 2000], dal quale sono stati presi i dati riportati in apertura del paragrafo.

Attualmente nella maggioranza della regioni di confine europee la manodopera transfrontaliera è perciò riconosciuta ancora come forza complementare alla forza lavoro locale, che occupa “nicchie lavorative” spesso trascurate dai residenti. In Svizzera la situazione è per ora analoga a quella del resto dell’Europa ma iniziano a manifestarsi alcune frizioni nell’equilibrio generale tra manodopera indigena e straniera. Nonostante ciò si possono anche identificare importanti punti di discontinuità rispetto al passato nella politica delle migrazioni: se negli anni ’90 il 60% dei lavoratori proveniva da nazioni non appartenenti all’Unione Europea (in genere paesi balcanici) ora la situazione si è invertita con una quota di persone in arrivo dai paesi UE-15 pari al 70%, con una percentuale pari al 58% in possesso di una formazione di tipo universitario[5].

In conclusione si può affermare come negli ultimi dieci anni i mercati del lavoro europei (sia quelli dei paesi UE sia quelli dei Paesi non UE come la Svizzera) siano andati incontro ad un forte cambiamento che vede la mobilità dei lavoratori come fattore non più marginale e del quale occorre sempre più tener conto in un’ottica di  sviluppo dell’economia.

 

[2] UE 15: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia, Regno Unito (+ Andorra e Monaco);

UE 12: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Cipro e Malta;

EFTA: Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera;

EEA: UE 27 (UE 15 + UE 12 - Andorra e Monaco) + EFTA – Svizzera.

[3] [European Central Bank, 2006]

[4] A questo proposito si vedano: [Boeri, T. and Bruecker, H., 2001],[ Glorius, 2007] e[ European Commission, 2008].

[5] [Müller-Jentsch, D. et al., 2008]

 

Cambiamenti strutturali dell’occupazione e dell’economia

Emerge con chiarezza il cambiamento del mercato del lavoro ticinese, riassumibile in quattro fasi:

  • Negli anni ’80, in un contesto economico favorevole, si registrava una crescita occupazionale con aumento di lavoratori frontalieri e diminuzione di disoccupati;
  • Con la crisi del secondario degli anni ’90 si è assistito a un repentino aumento dei disoccupati e a una forte contrazione del numero di lavoratori frontalieri);
  • Con la ripresa degli anni 2000 si è assistito a un nuovo recupero occupazionale con una crescita dei frontalieri e una diminuzione dei disoccupati;
  • Infine durante la fase di recessione economica degli ultimi anni la Svizzera (e il Ticino) ha reagito bene dal punto di vista occupazionale, registrando un lieve aumento nel numero dei disoccupati, uno stop nella crescita nel numero dei lavoratori frontalieri nel settore secondario e invece una crescita continua dei lavoratori frontalieri impegnati nel settore terziario che meno ha risentito della crisi economica. Questa crescita dei frontalieri è stata sostenuta soprattutto dai lavoratori interinali. Incrociando infatti i dati su nuovi permessi frontalieri, tempo parziale e partecipazione delle donne si può ipotizzare che il numero di lavoratori frontalieri equivalenti a tempo pieno sia sensibilmente minore al numero dei permessi.

Il numero dei disoccupati ticinesi negli ultimi due anni non ha raggiunto i preoccupanti valori degli anni ‘90, quando la situazione del mercato del lavoro ticinese era differente sia per settori (il secondario rivestiva un’importanza maggiore) sia per numero totale di persone attive (il numero era più basso); il Tasso di disoccupazione è conseguentemente rimasto minore rispetto al precedente periodo di crisi.

 A differenza degli anni ‘90, dove si registrava una forte disoccupazione giovanile, il recente periodo di crisi vede un aumento dei disoccupati nella fascia di età 40- 50 anni; la disoccupazione ha poi riguardato in maniera strutturale un po’ tutti i settori economici tradizionali, con un leggero aumento dei disoccupati provenienti dal secondario.

Il numero dei frontalieri è aumentato, a partire dagli anni 2002-2003, in maniera consistente. La presenza di lavoratori frontalieri è aumentata i tutti i settori, con un aumento nel settore terziario; a questo proposito le agenzie di collocamento rivestono un importante (ma ancora non decisivo) ruolo nella crescita del numero di lavoratori frontalieri. Un importante fenomeno riguarda i lavoratori provenienti dalle ex-Zone di frontiera, con una formazione più elevata rispetto alla media dei lavoratori frontalieri e con un salario medio più alto.

 I salari (almeno secondo i dati RSS riguardanti il settore privato) vedono un progressivo allineamento su livelli medio - alti e una progressiva omogeneizzazione tra svizzeri, stranieri residenti e frontalieri, anche se ovviamente i salari dei lavoratori svizzeri restano più elevati data la maggioranza di lavoratori svizzeri in settori più remunerativi.

Dall’analisi del Prodotto Interno Lordo emerge una situazione in media rispetto al dato nazionale e sicuramente molto buona rispetto alle vicine provincie italiane di confine. Ciò significa che l’economia del Ticino, in crescita, necessita di forza lavoro che invece è meno richiesta oltre confine.

Analoghe considerazioni emergono dall’analisi della produttività, in media col contesto svizzero ma in diminuzione rispetto alla serie storica assoluta, con un aumento occupazionale. L’analisi della dinamica del Valore Aggiunto rivela per il Ticino un dato addirittura superiore alla media svizzera.

Tutti questi dati fanno del mercato del lavoro Ticinese un mercato caratterizzato da forti fattori “pull” di attrazione, che si sommano a quelli dovuti al costo del lavoro, fattore di competitività rispetto alla Confederazione e di attrazione per la manodopera straniera.

Dal lato occupazionale il Ticino presenta una quota stabile nel panorama nazionale, con una crescita, giustificata dalle condizioni sopra illustrate, nell’ambito della regione insubrica.  

Il mercato del lavoro ticinese negli ultimi anni è andato incontro a un grande cambiamento, con il progressivo passaggio a un’ economia di tipo terziario, non solo finanziario.  Questo cambiamento è avvenuto in un quadro legislativo in forte evoluzione, con gli Accordi sulla Libera Circolazione delle Persone che hanno favorito la mobilità dei lavoratori, e con lo sviluppo della legislazione sulla disoccupazione, che ha, da parte sua, promosso un sempre maggior controllo (se non in termini numerici almeno di conoscenza del fenomeno).

La crescita dei frontalieri degli ultimi anni, nonostante possa in parte essere stata senz’altro favorita dall’ALCP, appare un fenomeno strutturale in atto già dalla fine della crisi degli anni ’90, dovuto al cambio strutturale dell’economia ticinese passata in un breve periodo verso un’economia di servizi, pur mantenendo  alcune specializzazioni anche nel settore secondario.

L’aumento del numero dei disoccupati appare invece più come un fenomeno congiunturale, legato alla crisi iniziata alla fine del 2007.